Turchia : Un movimento che ricorda il maggio ‘68 ha conquistato la società civile

di Pinar Selek,  6 giugno 2013 (pubblicato su Le monde.fr)

I venti di resistenza che vengono da Istanbul intonano le voci della Comune di Parigi del 1871, le canzoni del 1968 e gli slogan della “primavera araba”. Io ci ho anche sentito i ritmi altermondialisti di Seattle nel 1999 e le scintille della manifestazione per il “matrimonio per tutti” a Parigi.

Più che la quantità, è la pluralità di queste voci che stupisce nella capitale turca: femministe, militanti gay e lesbiche, anarchici, artisti, anticapitalisti e ecologisti, mano nella mano. Contro la repressione sanguinosa questo movimento grazie alle reti sociali si diffonde attraverso nuove manifestazioni e scioperi nelle altre città del paese.

Come possiamo leggere quello che sta succedendo? “E’ un intervento contro il processo di pace?”, “una provocazione di nazionalisti e kemalisti ?” No! Ma bisogna prendere sul serio questa inquietudine che regna nel paese dalla nascita della Repubblica, il cui inno nazionale comincia con le seguenti parole: “Non avere paura !”

Anche se il processo di dialogo con il PKK ha creato una distensione nella vita pubblica, questo sentimento di inquietudine persiste. L’organizzazione segreta dei burocrati civili e militari, detta “Stato profondo”, anche se ha perso la sua influenza, cerca di rigenerarsi con la complicità dei nazionalisti, attraverso alleanze internazionali con il regime siriano, per esempio. L’uccisione recente di tre militanti kurde a Parigi, l’esplosione qualche settimana fa di bombe a Reyhanli, alla frontiera con la Siria, il tentativo dei kemalisti di recuperare il movimento, rinforzano questo clima d’insicurezza. Tuttavia questa inquietudine non deve nascondere quello che succede nelle vie di Istanbul , Ankara, Izmir o altre città.

Da molto tempo i rancori si accumulano: Istanbul è vittima delle politiche neoliberali che, con i loro progetti urbani, intervengono in tutti gli ambiti della vita. I rom, che avevano impresso il proprio stile al loro spazio, sono stati cacciati. Quelli che sono potuti restare sono dispersi. I meccanismi di rifiuto delle culture hanno raggiunto delle dimensioni fasciste. Mentre si distrugge la natura, si ripensano spazi come Beyoglu, Sulukule, Tarlabasi che sono il cuore di Istanbul.

La decisione di sacrificare venti alberi è la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Distruggere il parco Gezi per costruire un centro commerciale di tipo ottomano, è cancellare ancora una volta la storia e la vita quotidiana a Istanbul. La resistenza dei giovani intorno a questi alberi è diventata il simbolo del salvataggio della città. Ma è la repressione violenta che ha fatto esplodere queste grandi manifestazioni.

E’ una “primavera turca”? No! Quelle e quelli che si interessano di Turchia sanno bene che questa primavera, che è anche kurda, è cominciata 15 anni fa. Da molto tempo il paese è testimone dell’emergere di movimenti su “cause inedite”. Uscendo dagli ambiti tradizionali, questi contestatari sono riusciti a rimettere in discussione la definizione di cittadinanza repubblicana. Il movimento femminista, il movimento gay e lesbico, gli antimilitaristi, gli ecologisti, i gruppi di giovani hanno ricreato uno spazio militante dinamico e attraversato da diverse organizzazioni.

Il sistema autoritario turco, dalla politica alla vita privata, svelando la struttura intersezionale dei rapporti sociali di sesso e di etnia, collega questi gruppi. La sua repressione crea vicinanza, associazione e collaborazione tra questi diversi movimenti. A Istanbul, dopo l’uccisione del giornalista turco-armeno Hrant Dink nel gennaio 2007, si assiste a una diversificazione delle pratiche militanti. Le piattaforme e le reti facilitano la diffusione delle idee, dei concetti e delle rivendicazioni.

Questa mobilitazione trae forza dalla sua pluralità, dalla sua autonomia e dalla sua creatività. Grazie a questa forza, l’azione continuerà senza permettere né recupero istituzionale, né provocazioni. I miei amici e amiche mostrano un’altra immagine rispetto a quella della Turchia autoritaria: la rivoluzione sociale. Un maggio 1968 che dura da 15 anni e che si è arricchito durante tutti questi anni di lotta. Per queste ragioni, io sono ottimista.

Ieri [una settimana fa, ndt], un amico del movimento gay e lesbico, che ha 22 anni e che dorme da 4 giorni a Taksim, mi ha detto fermamente: “Tutti ci credono disorganizzati, ma noi siamo molto organizzati.”

Come dice l’attrice di teatro Sebnem Sönmez : “Noi siamo là! Per il nostro spazio, per il nostro parco, per i nostri fiumi, per le nostre foreste. Abbiamo imparato gli uni dagli altri che un albero è una speranza. Nel parco Gezi non abbiamo solamente piantato alberi, ma anche la democrazia e la speranza”.

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Pinar Selek, sociologa, femminista, antimilitarista turca, vive in esilio in Francia. Il 6 marzo 2013 la XII Camera della Corte penale di Istanbul ha emesso la sentenza di condanna per terrorismo nei suoi confronti, rivenendo sulle sue decisioni di assoluzione pronunciate nel 2006, 2008 e 2011.

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